Progetto “Non è un film”

Alcuni di voi avevano già sentito parlare del progetto educativo “Non è un film“, sviluppato dalla nostra sezione ANPI. A loro e anche a chi non lo conosceva possiamo comunicare che la fase “pilota” del progetto è conclusa.
Quello che segue è un articolo con le nostre considerazioni personali di quello che è stato e che verrà pubblicato anche su piattaforme specializzate nell’educazione “nonviolenta”.

Non è un film

Prendiamo in mano il primo foglio e leggiamo: “Ascolto, felicità, conflitto, uguaglianza, amicizia, intervenire, cittadini, uscire dagli schemi”. Ci guardiamo compiaciuti.
Prendiamo il secondo: “Un cuore, un cervello, occhi per vedere un mondo migliore, cibo per condividerlo”. Ci manca il fiato.
Il terzo: “No conflitto, win-win, pace, guerra=soldi buttati per uccidere civili, nonviolenza, accordi, no litigio”. Ma allora hanno capito tutto!

Di cosa parliamo?
Parliamo dei fogli che abbiamo distribuito ai ragazzi della classe IIA che hanno partecipato al progetto “Non è un film”. Nel foglio è disegnato un classico zaino scolastico stilizzato e a loro abbiamo chiesto di “riempirlo” con ciò che avevano imparato nel percorso fatto e gli strumenti di consapevolezza acquisiti che si portavano a casa.

Il progetto “Non è un film” è leggibile, scaricabile e riutilizzabile a partire da questa pagina Web:
https://anpibudrio.it/anpi-educational/non-e-un-film/ .

Si tratta di un percorso conoscitivo sulle dinamiche dei conflitti nella realtà, analizzati sia in ambito interpersonale, che di gruppo (bullismo e gang), che fra stati/nazioni (guerre).
Conoscevamo diversi corsi per studenti che affrontavano gli stessi argomenti, soprattutto in ambito interpersonale e di bullismo, ma non ci risultava ne esistessero altri che affrontavano insieme anche il terzo livello, la guerra, mostrandone le correlazioni e i meccanismi comuni.

L’idea di base era sperimentare quanto un corso breve (solo 4 incontri, 8 ore) potesse affrontare un argomento così vasto, qual è il conflitto nelle sue diverse forme, e coinvolgere gli studenti, facendo emergere la consapevolezza di cos’è, come si affronta e, possibilmente, come si smonta.

Lo abbiamo proposto in via sperimentale all’Istituto di Istruzione Superiore “Giordano Bruno” di Budrio, che comprende sia un liceo, che un istituto tecnico.
Ci è stata proposta una classe dell’istituto, tutti maschi, fortemente eterogenea per provenienze.

Abbiamo studiato il progetto nei minimi dettagli, scrivendo tutto quello che avremmo voluto dire, cassando poi grandi parti per riuscire a contenerlo nei tempi, abbiamo limato ogni singola parola, abbiamo cercato immagini, pezzetti di film, “giochi” di attivazione e ogni altro meccanismo per renderlo più interessante e riuscire a trasmettere contenuti che avrebbero potuto essere noiosi in una modalità eccessivamente frontale.

Per fortuna abbiamo calcolato i tempi con un certo margine e questo s’è rivelato utile sia per gestire i momenti di rumorosità dei ragazzi, sia per dare loro spazio, ma la cosa sorprendente è che dietro questa frequente impressione di disattenzione l’attenzione c’era, eccome.

Le risposte alle nostre domande e ad ogni sollecitazione erano congruenti. Era chiaro che avevano ascoltato ogni parola che si era detta, partecipavano e rispondevano mostrando di essere assolutamente sul pezzo, utilizzando termini e concetti appropriati e conoscenze pregresse, anche da parte di coloro che avevano qualche difficoltà con la lingua.

Per esempio la parola “empatia”, che è una parola che nessuno di noi usa nei discorsi di tutti i giorni, invece loro, non noi, l’hanno usata spesso ed era patrimonio comune.
Si capiva che per loro quello della convivenza era un problema sentito, su cui erano interessati a spendere parte del loro tempo per affrontarlo.

Questa sensazione c’è stata durante tutti e quattro gli incontri. Importanti le loro posizioni nei confronti dei tre studenti virtuali che avevano scritto al blog “Lo studente recalcitrante” che ci eravamo inventato.
Ma soprattutto è diventato evidente alla fine del corso, quando abbiamo chiesto loro di scrivere cosa avevano introiettato e cosa pensavano del percorso fatto assieme.

Degli zaini abbiamo detto, ma ci sembra importante approfondire. Queste sono le parole che hanno utilizzato in quei dieci minuti, raggruppate per tematica:

capire se c’è il conflitto e cercare di fermarlo,
empatia, ascoltare (prima di parlare/agire),
allontanare le persone e farle calmare,
capire i bisogni degli altri, intervenire,
uscire dagli schemi, iceberg,

trovare accordi, no litigio,
collaborazione, unione, uguaglianza “fra tutti”,
occhi per vedere un mondo migliore,
cibo “per condividerlo”, un cuore, un cervello,

pace, tranquillità, serenità, felicità, l’amore,
cittadini, parità, nonviolenza,

no alla guerra,
guerre = soldi buttati per uccidere civili,
in guerra nessuno vince,
in guerra muoiono i civili,
tris, win-win, pareggiare non è perdere,

prosperità, ricchezza, molti soldi, molto cibo,
tenere le scorte, una stufa a pellet,
una Ferrari, una villa con piscina

Colpiva, come dicevamo, in quanti hanno usato la parola “empatia”, così in quanti hanno indicato il “cibo”, in quanti hanno sottolineato che il “win-win” è l’unica vittoria vera, in quanti hanno sottolineato (e come) che la guerra è sbagliata.

Ma se parole di buoni sentimenti come “pace, amore, felicità, uguagianza”, eccetera, potrebbero essere scontate, anche se parliamo di giovani maschi in un’età in cui si tende a mostrarsi fortemente “machi”, per niente scontata è stata la modalità in cui alcuni le hanno espresse.
occhi per vedere un mondo migliore” non indica un semplice guardare, tanto più se accompagnato dal disegno corrispondente.
Dire “guerre = soldi buttati per uccidere civili” non è un generico “no alle guerre”.
un cuore” abbinato a “un cervello”, disegnandoli, non sono parti anatomiche, bensì una precisa indicazione di come deve essere affrontato un conflitto.

cibo”, in particolare quello “per condividerlo” poi merita un approfondimento.
L’ultimo pacchetto di parole mostra quanto questi ragazzi siano consci del fatto che le condizioni materiali in cui vivono siano determinanti per poter vivere in una condizione di giustizia e fratellanza.
Non sono le estremizzazioni ironiche dei simboli del lusso (Ferrari, piscina, ecc.) a colpirci, quanto i più semplici “molti soldi, molto cibo, tenere le scorte, una stufa a pellet” a indicare come il problema dell’insicurezza sul futuro sia per loro qualcosa di fortemente preoccupante, facendoci ricordare le teorie del premio Nobel Amartya Sen sulla necessità di essere liberi dal bisogno materiale per essere libero di realizzarti.

Vanno citati anche i questionari che abbiamo chiesto di compilare a casa ai ragazzi dopo il quarto incontro chiedendo di valutare gli incontri. Le valutazioni dei ragazzi sono state tutte positive, ma più interessante è che non sono state buttate lì frettolosamente, ma che tutti abbiamo motivato il perché e siano entrati nel merito con suggerimenti, anche di metodo.

Infine, alla domanda su quale tipologia di conflitto avrebbero voluto approfondire, la maggioranza ha indicato lo scenario di guerra; alcuni hanno invece individuato il conflitto di gruppo, vissuto come “il più pericoloso”, altri l’interpersonale, più vicino alla loro esperienza.

Grazie a questi ragazzi che ci hanno arricchiti forse più di quanto noi abbiamo arricchito loro. Loro questa ricchezza ce l’avevano già dentro, il nostro lavoro ha solo aiutato a portarla in superficie.

Visitate la pagina del progetto al link indicato sopra. L’abbiamo costruita dettagliando parola per parola il nostro lavoro e come, secondo noi, andava svolto.

L’abbiamo condiviso in questa modalità perché crediamo nel concetto di replica.
Ciò che si costruisce, in ogni campo, dovrebbe essere “open source”, cioè copiabile e, magari, migliorabile da altri.
Comunque dovrebbe essere replicabile, così che chi vuole raggiungere gli stessi scopi non debba essere costretto a riprogettare tutto, ma possa impegnare le proprie forze per produrre nuovi strumenti. Così l’umanità progredisce, utilizzando i gradini già costruiti da altri per arrivare in alto.

MariaRachele Via e Valerio Minnella
(Sezione A.N.P.I. “Osanna Stagni”, Budrio)

Dispense di “restituzione” per gli studenti del progetto

 

Progetto “Non è un film”
Tag:     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *